sabato 26 marzo 2016

Frizzante marzo per Itaca Min Fars Hus con Amor Mortis e in Poesia - baratti di musica e versi


STINGING  MARCH for Itaca Min Fars Hus
Due grandi eventi per ITACA MIN FARS HUS in questo frizzante mese di marzo 2016
Amor Mortis l'8 marzo e in Poesia il 21 marzo


L’8 marzo  in occasione della festa della donna. è tornato Amor Mortis, voci di donne tra albe tramonti, ormai uno spettacolo cult di Itaca Min Fars Hus, nell’interpretazione esclusiva della sua autrice, Anna Stomeo, che lo ha scritto nel 2013 e per due anni lo ha portato in scena con Barbara Castrignanò, e oggi è tornata ad interpretarlo da sola in un gioco di voci unico e suggestivo che alterna canto e recitazione, emozioni e riflessioni senza soluzione di continuità.


ITACA MIN FARS HUS Gruppo Teatrale di Sperimentazione



AMOR MORTIS - Voci di donne tra albe e tramonti 
di e con Anna Stomeo



Foglio di Sala



Attraverso l’evocazione di ancestrali sonorità mediterranee lo spettacolo, scritto e interpretato da Anna Stomeo, racconta storie di oggi smarrite tra esordi e declini, tra apparizioni e sparizioni, tra amore e morte. 



In una sola donna parlano più donne e lo fanno ricorrendo alla testimonianza diretta, ma anche all’evocazione del passato  e alla suggestione del  mito, in una sorta di tempo sospeso in cui l’alba si intreccia al tramonto, la speranza al disincanto, l’illusione alla disillusione. 



Una sola voce sembra moltiplicarsi per raccontare “a più voci”  storie di donne che hanno incontrato la violenza dei loro uomini e ne sono state vittime, fino a percepire fino in fondo, sul proprio corpo, il legame tra amore e morte, intesi non più solo come poli che, inevitabilmente, si contrappongono nelle forti passioni, ma quasi come ineludibile destino che sembra sopraffare la vita delle donne nel presente non meno che nel passato.

In un continuo fluire di suoni, parole e canti, la voce rievoca sensazioni, affetti, paure, odi e amori, fondendoli e confondendoli con le immagini mitiche e con i richiami ancestrali che riportano la femminilità ad una dimensione originaria di incontro e di fusione con la natura. 
Il dolore delle donne che subiscono violenza e che sono maltrattate e uccise dai loro stessi uomini diventa, allora, occasione per una riflessione più profonda, che vorrebbe andare oltre l’indispensabile denuncia del “femminicidio”, per affrontare l’animo femminile nella sua espressione più autentica.

Fondamentale, in questo senso, il richiamo al mito e a ciò che la sua narrazione comporta in termini di comprensione della realtà umana e naturale. 

Demetra, Medea e Cassandra sono le eroine mitiche, portatrici di una cultura del corpo e della terra, venute dal passato a testimoniare nel presente l’atavica sofferenza delle donne.  Attraverso le loro storie e le loro voci il mito si ribalta e rivela la sua valenza nel presente.
Demetra, Terra Madre, massima espressione della soggettività femminile, emerge come simbolo della capacità delle donne di generare sulla base di una scelta che la prevaricazione del potere maschile di Zeus trasforma in mera funzione riproduttiva. 

Il mito di Demetra definisce la stretta corrispondenza tra le stagioni dell’anima e quelle della natura, rappresentata dal ciclo naturale della Vita e dal suo evolversi e degradare, tra nascita e morte, tra disperazione e speranza.

Accanto a Demetra, l’immagine di Medea e l’immagine di Cassandra emergono nitide a testimoniare due modi differenti e tragici di affrontare il dolore femminile di fronte alla presa di coscienza della prevaricazione subita e all’enigma del continuare ad amare il carnefice che l’ha prodotta. 

Nelle voci delle donne che danno vita allo spettacolo il dolore si fa sospiro e il sospiro si fa canto. 

Sospirare e trasformare il sospiro in un canto liberatorio, sembra la sola alternativa alla rassegnazione e al silenzio cui sono state condannate per secoli le donne.

Le sonorità griko-salentine si mescolano a quelle mediterranee e orientali sollecitando emozioni ancestrali, in un teatro affidato esclusivamente al corpo-voce dell’attrice e all’empatia.
Nel profondo lavoro di training, che ha preceduto e accompagnato la nascita dello spettacolo, gli aspetti atavici e biologici della vita delle donne si sono inevitabilmente intrecciati agli aspetti storici, sociali e psicologici, facendo emergere immagini femminili contrapposte e nello stesso tempo, convergenti e dando luogo ad inattese soluzioni sceniche e drammaturgiche.
Importante, nell’elaborazione dello spettacolo, è stato l’incontro con le tematiche del Progetto del Terzo Paradiso teorizzato dal grande artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto, nel quale si auspica il passaggio ad un nuovo livello di civiltà caratterizzato dall’incontro tra natura e artificio e dalla nascita di una nuova dimensione etica e culturale.

Le suggestioni derivate dalla conoscenza di questo progetto hanno influito in modo notevole sul lavoro drammaturgico: la trasformazione globale del Terzo Paradiso si è rivelata nella speranza in una rigenerazione realizzata dalle donne e in grado di sconfiggere anche la violenza di genere e l’ossessione del “femminicidio”.

Di qui l’emergere, tra le pieghe dello spettacolo, di una “cerimonia collettiva” sottolineata dalla ritualità dei gesti e dal risalto dato ad alcuni archetipi e oggetti simbolici – l’Acqua, la Pietra, il Mare, la Terra – che richiamano la nascita e la rinascita della Vita oltre la violenza e la morte.

     gli uomini, esclusi dal generare la vita che è esperienza esclusivamente femminile (esclusi dal segreto), trovano nella morte un luogo ritenuto più potente della vita in quanto la vita toglie.                                                                                        
                                                                        (Adriana Cavarero, Nonostante Platone.1990)
Perché in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito, un fidanzato, dal compagno o ex compagno di anni di vita, spesso padre di figli cresciuti insieme? […]
È una guerra.Che va combattuta.
(da Questo non è amore, la 27esima ora, 2013)
Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale.
                                                        (Michelangelo Pistoletto,  Il Terzo Paradiso, 2003-2012)


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Il 21 marzo, come di consueto, Itaca Min Fars Hus ha festeggiato la Giornata Mondiale della Poesia con i baratti di musica e versi  tra attori musicisti e poeti ma, quest’anno, lo ha fatto in modo davvero speciale, grazie al   alla  collaborazione con l’Associazione Multiculturale PHILOS e l’Associazione Culturale RAPSODIA 8.9 e il patrocinio della Città di Martano. 
Insieme, e con la partecipazione di UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali),  le tre associazioni hanno commemorato anche la Giornata Mondiale contro il Razzismo con la partecipazione dei rifugiati politici e richiedenti asilo che hanno partecipato con le loro composizioni musicali e il Coro Multiculturale Rapsodia di Voci, nato dall'esperienza del Laboratorio di Canto e Poesia organizzato dall'Associazione Culturale RAPSODIA 8.9 e diretto dal musicista Gaetano Fidanza
È stata una bellissima festa, all’insegna del riconoscimento della poesia come parola autentica di dialogo e di relazione, luogo privilegiato della comprensione della solidarietà, contro ogni forma di sopraffazione e di discriminazione. 
In un gioco di suoni e parole attori, musicisti e poeti di diverse culture e nazionalità hanno scambiato le rispettive emozioni e riflessioni e barattato i propri versi e le proprie musiche, in un contesto di grande partecipazione di pubblico e senza soluzione di continuità tra spazio scenico e platea, come nella tradizione di ITACA MIN FARS HUS.

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martedì 12 gennaio 2016

Bruno Epifani, poeta sospeso dell'oltre. La recensione di Anna Stomeo alla poesia di Bruno Epifani

BRUNO EPIFANI poeta sospeso dell’oltre

L’esperienza poetica di Bruno Epifani fu breve e intensa, bruscamente interrotta dalla malattia e dalla morte, intervenute, come sempre, ‘sul più bello’, proprio quando, in lui, maturazione e maturità stavano per convergere completamente, concretizzandosi in una produzione poetica sempre più consapevole e complessa.

Nato a Novoli (Lecce) nel 1936, morì nel 1984 a 48 anni, lasciandosi alle spalle, insieme ad una giovane moglie e due figlie bambine, un percorso di vita non certo lineare e scontato, nel quale la poesia era stata idea mitica e costante apprendistato, universo esistenziale da costruire e costruirsi intorno come ipotesi alternativa al quotidiano, come via di fuga e, nello stesso tempo, di permanenza.

Bruno aveva gli occhi azzurri e limpidi che guardavano lontano per vedere oltre la vita pigra e assonnata della provincia salentina, perciò, sin da giovanissimo, come tanti della sua generazione, si era impegnato a promuovere nel suo paese circoli culturali e iniziative di rinascita e di riscatto, con risultati spesso positivi, ma mai, per lui, pienamente soddisfacenti. 

Dopo la laurea in lettere, con una tesi su Tommaso Fiore (già allora mitica figura di intellettuale meridionale e meridionalista) aveva scelto l’insegnamento non solo come unica via di sopravvivenza, ma anche come umile esercizio etico, giacché aveva scelto anche di insegnare in quelle che, ancora negli anni Sessanta del secolo scorso, la scuola italiana istituiva come “classi differenziate” destinate agli “svantaggiati” dalla natura e soprattutto dalla società. 

Poi, dalla metà degli anni Settanta, Bruno decide di insegnare nelle scuole italiane all’estero e si trasferisce prima a Il Cairo nel 1975, dove lo segue la moglie con le due bambine, e poi a Barcellona. Non una fuga, ma una sorta di esilio volontario scelto quasi come espiazione di una colpa di appartenenza di cui Bruno si sentiva, allo stesso tempo, artefice e vittima. Un rapporto che, semplicisticamente. potremmo definire di odio-amore con la sua terra, storicamente e sociologicamente troppo ”connotata”, ma che in realtà è, a guardar bene, un rapporto con se stesso con le proprie aspirazioni, le proprie vittorie e le proprie sconfitte, le proprie battaglie.  

Autore di tre raccolte edite, di cui una sola in vita (Epistolario Salentino, Lecce,1967, Editrice L’Orsa Maggiore) e due postume (Una terra d’origine, Caprarica di Lecce, 1986, Editrice Pensionante de’ Saraceni e Alle radici di Eva Lecce 2014, Edizioni Milella di Lecce Spazio Vivo s.r.l.) entrambe dovute alla cura amorevole della moglie Maria Rosaria Savoia, Bruno Epifani appare un poeta sospeso, che avrebbe ancora avuto molte parole da scoprire e da offrire a chi, leggendolo oggi, non può sottrarsi alla percezione di una sottigliezza semantica e di una ricercata eleganza stilistica, tanto da avere l’impressione di trovarsi di fronte a un poeta colto e vigile, attento a coniugare costantemente l’ispirazione alla sperimentazione e alla ricerca linguistica.

Proprio perciò Epifani non è poeta facilmente collocabile anche all’interno di una presupposta “linea salentina”, che, secondo una formula di Ennio Bonea, accomuna, in un unico universo semantico e immaginativo, quei poeti che, sulla scia di Vittorio Bodini, hanno guardato al Sud come “zona di comune attingimento” e come luogo esistenziale ritrovato e costruito di visioni e passioni. 

Il piano simbolico, codificato dal linguaggio, definisce in realtà un sistema di rapporti economici e sociali concreti relativi al Sud del secolo scorso cui molti Autori Salentini, capofila Bodini, fanno riferimento. Il rischio dell’approccio del lettore a questo Sud e a questa poesia (per Epifani in particolare mi riferisco alla Terra d’origine) è quello di rinchiudere i singoli poeti all’interno di etichette collettive limitanti da cui si esce soltanto con l’analisi testuale specifica guardando all’universo poetico del singolo Autore. Esattamente quello che abbiamo cercato di fare con questo approccio analitico ai testi di Bruno Epifani, un approccio alimentato tuttavia da una lettura creativa e coinvolgente, attuata attraverso gli strumenti della ricerca e della sperimentazione teatrale, che ci consente di cogliere l’eco individuale e collettiva dei versi di Epifani

Sicuramente il Sud di Epifani è popolato, in maniera quasi ossessiva, dai fantasmi bodiniani, (dalle donne nere ai tramonti infuocati), specialmente nelle prime due raccolte, tuttavia c’è, nella poesia di Epifani, un’inquietudine che va sicuramente al di là delle immagini evocative per farsi riflessione autentica sullo stare e l’andare, sulla permanenza e il viaggio, sulla terra d’origine e la terra straniera di accoglienza e rifugio, percepiti come dilemmi dell’animo più che come semplici scelte, al di là delle collocazioni geografiche ed esistenziali.

In questo senso il Sud di Epifani è tutto collocato all’interno di una dinamica dell’essere che coincide con l’universale e l’antropologico, fino a proporsi, nello stesso tempo, come meditazione profonda, come atto valutativo, come esercizio d’incanto/disicanto che si fa intima considerazione sulla vita.
Ed è proprio questa raccolta a dimostrarlo. L’ultima, purtroppo, dopo le prime due, che ci viene ora consegnata in questa edizione con la prefazione di Carlo Alberto Augieri, in cui, già nel titolo, Alle radici di Eva, si fa deciso e determinato il richiamo antropologico e si conferma definitivamente l’archetipo della terra d’origine della precedente seconda raccolta.

Per Epifani, come già, a suo tempo, ha sottolineato Ennio Bonea nella Introduzione a Una terra d’origine,  la terra rappresenta una sorta di anello di connessione, di momento centrale nel trinomio donna-terra-mare che sembra essere alla base dell’ispirazione del poeta salentino e che comunque si lega ad una percezione poetica diffusa nel contesto poetico immaginativo di molto Novecento e non solo. Dalla terra muove infatti un’esigenza cognitiva che si realizza attraverso l’inevitabile richiamo erotico alla donna, come soggetto altro di un’intima comunicazione, e al mare come simbolo, diremmo freudiano, di instabilità e di certezza primigenie.

Le 25 poesie di questa raccolta sono tutte, in modo evidente, dedicate ad una donna che si percepisce, a intermittenze, lontana e vicina, poesie che la moglie Maria Rosaria (che con quella donna è identificata e si identifica) ha conservato per trent’anni come intimo e personale segreto, fino a decidersi, se non a rivelarlo, sicuramente a comunicarlo, come tale, come semplice e indecifrabile segreto, oggi a tutti noi. Le “radici di Eva” si intuiscono nella bellissima introduzione della stessa Maria Rosaria alla raccolta quando afferma, con profonda semplicità, di essere rasserenata dal “pensiero che un poco seppe dare lenimento ai suoi tormenti la concretezza della mia presenza”. Dice proprio così, richiamando un passaggio di una poesia scritta al Cairo (tu soltanto concreta sei e certa in me ). Ma le “radici di Eva” richiamano anche un universo semantico che ci riporta direttamente alla “costruzione del senso”. 

Come spiega acutamente Carlo Alberto Augieri, nella profonda e analitica Prefazione, il lessema “radice” costituisce una “parola emblematica” per comprendere la poesia di Epifani nella sua interezza, nel suo essere mossa dall’ansia di un ritorno ancestrale all’origine, alla “verità profonda dell’animo”. Dunque le “radici di Eva”, come anche il richiamo archetipico ad Adamo, sottolinea Augieri, non sono simboli di un rimpianto Paradiso terrestre, ma condizioni permanenti di un esistere consapevolmente dopo la caduta del Paradiso terrestre, spingendosi verso una terra promessa che si identifica con la costruzione  del senso. Il che fa di Epifani, per alcuni aspetti, un poeta postmoderno dell’oggi, che, come sottolinea ancora Augieri, parla a un tu per parlare al mondo e intuisce e concretizza l’alterità, oltre l’identità conclamata della terra d’origine, oltre il rischio di una chiusura di orizzonti all’interno di un universo immaginativo peraltro scomparso.

Il Sud di Epifani è, come quello di Bodini, un luogo dell’anima (per dirla con James Hillman ) e questo luogo dell’anima SI RIGENERA ogni volta trasmettendosi alle nuove generazioni. 

C’è una vena, nella poesia di Epifani, che, filosoficamente, mi piace definire esistenzialista, relativa alle considerazioni sull’esistente e sul nostro “essere gettati” nel nulla dal nulla, intenti a quella che Heiddeger definisce la cura. È vero che, come dice Augieri, “la ragione dei poeti non è il logos dei filosofi», ma c’è tuttavia un’esigenza di riferimenti più ampi quando ci si accosta alla poesia, specialmente a quella del secondo Novecento Salentino, quasi la necessità di spiegare, per evitare il rischi di anguste collocazioni.

Nell’ultima poesia della raccolta, dedicata all’amico Carlo Alberto (Augieri), a sua volta prefatore della raccolta, Epifani si appella, senza infingimenti, ad una “pietà di vivere”, sia pure definita “furtiva”, come unico sbocco alla «Nuova Angoscia – carcere alla nostra anima- che ci giace a fianco», all’ «ineluttabile trascorre(re)» del «nostro giorno infingardo», della «precaria» «nostra sorte di uomini».


Un messaggio finale struggente e denso in cui si concentra il senso universale  di quell’inquietudine dello «zingaro dagli occhi celesti» come lo definisce ancora la moglie,  la sua «indomita follia di inseguire sempre il suo destino» e «a dare voce alle sue pene e a quelle del mondo che lo circondava».

C’è, per la forza degli eventi, ma anche per una scelta personale, un senso del fare poesia che scaturisce solo dalla morte e dal silenzio, come dice Andrea Zanzotto. Questo senso è recuperabile a nostro avviso facendo appello a quella compresenza dei morti e dei viventi di cui in altri contesti parlava Aldo Capitini. I versi di Bruno parlano di per sé, indipendentemente da ciò che noi ci costruiamo attorno.

Una volta che il tempo ha fatto il suo lavoro, delle sofferenze di Bruno non rimangono che questi versi, limati, eleganti ai quali lui ha consegnato la sua memoria.

Non le altre sofferenze, gli altri abbandoni a cui la vita, quando c’era, lo ha costretto.

UN POETA CHEDE DI ESSERE GIUDICATO PER I SUOI VERSI.

Il maledettismo di Bruno Epifani, se c’è, è autentico, perché pura coincidenza di poesia e vita.
E anche la storia del Salento, che compare continuamente tra i versi, è richiamo ancestrale più che sola memoria: i Turchi saraceni, i Messapi, lo Jonio antico sono miti che popolano il presente senza la pretesa di spiegare il passato, sono personaggi di quell’altrove la cui scena Epifani continua ad abitare, nel suo andare ormai eterno  «sulle rotte della terra promessa».

Anna Stomeo - luglio 2015

mercoledì 16 settembre 2015

Torna il 26 settembre Oscenità del Mare - Canto Teatrale per il Mediterraneo di Itaca Min Fars Hus

Ritorna sabato 26 settembre a Martano (Lecce) presso la sala di Piazza Caduti alle 19.30 uno spettacolo cult di Itaca Min Fars Hus Gruppo Teatrale di Sperimentazione, Oscenità del Mare - Canto Teatrale per il Mediterraneo.

Andato in scena per la prima volta nel 2012, lo spettacolo, che ora rivive in una nuova veste, è dedicato al Mediterraneo e a tutti coloro che lo hanno attraversato con fiducia e speranza e ne sono stati traditi: uomini e donne fuggiti dalla povertà e dalla guerra, scomparsi e mai più cercati, ingoiati da un mare ostile che inganna di false speranze.

Gli attori di Itaca Min Fars Hus hanno provato a ripensare nel proprio corpovoce la loro tragedia, immergendosi idealmente in questo “sepolcro liquido”, in questo mare Mediterraneo tradizionalmente accogliente, diventato, oggi, osceno non solo per i corpi e le speranze negate che nasconde, ma anche perché, sempre più spesso, sembra voler rinunciare all’accoglienza. 

Il teatro di Itaca Min Fars Hus è un teatro al limite, affidato unicamente al corpo e alla voce degli attori, un teatro che nasce sempre da uno sguardo di complicità e d’intesa con lo spettatore e che con lo spettatore intende condividere emozioni e riflessioni spesso scomode e dolorose. 

In Oscenità del Mare gli attori celebrano con gli spettatori un rito collettivo di dialogo con il mare. E il mare diventa il pretesto per una riflessione sul rapporto ancestrale dell’uomo con la natura e con la morte, dietro il quale si cela il rapporto dell’uomo con gli altri uomini e il tema della solidarietà e dell’accoglienza. 

Determinante per la prima scrittura dello spettacolo, nel maggio 2012, fu lo sgomento suscitato sia dalla lettura del blog Fortress Europe di Gabriele Del Grande, dedicato agli (allora!) oltre 18.000 morti che il Mediterraneo continuava a nascondere da circa un ventennio, sia dalle inchieste del 2001 di Giovanni Maria Bellu su Il Manifesto, relative al naufragio di 283 persone a Portopalo nel 1996. 

Infine il libro-dossier di Alessandro Leogrande Il Naufragio sull’affondamento della nave albanese Kater I Rades, con 81 persone a bordo, di cui 31 bambini, nel canale d’Otranto il 28 marzo 1997. 

Oggi, a tre anni di distanza dalla nascita dello spettacolo, la tragedia del Mediterraneo si è ingigantita in modo mostruoso. I morti in mare continuano a moltiplicarsi giorno dopo giorno, nel paradosso di una sostanziale indifferenza individuale e politica, cui fa da controcanto una abnorme e inquietante quanto cinica esposizione mediatica delle disperate sofferenze di migliaia di esseri umani.

Attraverso un profondo e sofferto lavoro di training psicofisico gli attori hanno costruito partiture sceniche intense e autentiche alle quali il testo ha dato senso e contorni definiti, trasformandosi inevitabilmente in sonorità pura, in lamento, in canto. 

Il canto è sembrato in definitiva l’unica risposta possibile all’intensità delle emozioni e delle storie che le avevano suscitate: un canto di amore e di morte, di sgomento e di angoscia, di indignazione e di rabbia. Un canto che evoca arcaiche sonorità mediterranee, grike e salentine, secondo un percorso di ricerca tra mito e contemporaneità che Itaca Min Fars Hus persegue da alcuni anni. 

Un canto che si fa drammaturgia e azione e, perciò, CANTO TEATRALE e che risveglia le voci antiche e nuove che, da Coleridge a Conrad, hanno esaltato la potenza del mare, chiamandole a testimoniare un presente carico di passato. 

Così, in un contesto estremo e inaudito, si incontrano tre personaggi: uno Sciamano ‘senza luogo e senza tempo’ che evoca i morti del mare, Antigone, richiamata direttamente dalla tragedia greca a ribadire il diritto dei morti alla sepoltura e una Madre Albanese annegata nel canale d’Otranto dopo essere riuscita a salvare l’adorato figlio diciottenne, pieno di vita, di sogni e di progetti, incitandolo a salire sulla prua della nave che affondava.

Tuttavia né la magia oscura dello Sciamano, né la ragione etica di Antigone, né l’istinto passionale della Madre potranno coprire pudicamente le oscenità del mare che emergono in tutta la loro assurda indecenza, fatta di rifiuti e di violenza. Violenza delle onde che si confonde con la violenza degli uomini e con la loro indifferenza. 

Ed è contro l’indifferenza che Antigone, giunta da un passato remoto a ribadire l’attualità dei valori più autentici e ancestrali del Mediterraneo, compirà il suo rito di purificazione e di riscatto, richiamando, nei versi dell’Élevation di Baudelaire, quello spirito libero che si alza oltre il mare. 

Anna Stomeo

mercoledì 19 marzo 2014

Foto: Itaca Min Fars Hus con Amor Mortis a Lecce contro la violenza sulle donne

Sabato  15 marzo 2014 alle ore 20.30 presso la Fondazione Palmieri, Vico dei Sotterranei , 23, Lecce, è andato in scena lo spettacolo AMOR MORTIS: voci di donne tra albe e tramonti di Itaca Min Fars Hus - Gruppo Teatrale di Sperimentazione.

Lo spettacolo era inserito nell’ambito dell’Itinerario Rosa 2014 promosso dalla Città di Lecce.



giovedì 1 agosto 2013

Video: il servizio TV su Amor Mortis al Castello di Acaya per Fineterra 2013

AMOR MORTIS voci di donne tra albe e tramonti 
di e con Anna Stomeo e Barbara Castrignanò 
è andato in scena martedì 9 luglio 2013 nel Castello di Acaya

 Lo spettacolo teatrale è uno degli eventi inseriti nella Rassegna Fineterra 2013. Attraverso l’evocazione di ancestrali sonorità mediterranee lo spettacolo racconta storie di oggi smarrite tra esordi e declini, tra apparizioni e sparizioni, tra amore e morte. Uno spettacolo che nasce dal Mare e dalla Terra e ripercorre, in una cerimonia collettiva, lo svolgersi della Vita tra evoluzione e degrado, tra ragione e follia, tra natura e artificio.

Guarda il servizio di Salento Web TV.


domenica 4 settembre 2011

Margini 2011 - Riviviamo la seconda serata


Ieri sera (3 settembre) la rassegna MARGINI 2011 - Spazi aperti alle culture giovanili ha vissuto la sua seconda serata.

CLICCA QUI E QUI PER VEDERE LE FOTO DELLA SECONDA SERATA
youtube.com/itacaminfarshus
Itaca Min Fars Hus - Facebook

Ricordiamo che MARGINI 2011 è anche MOSTRA. Nelle stanze del Palazzo Baronale è possibile visionare le opere di giovani pittori, scultori, restauratori, ritrattisti.

Promossa dall'associazione ITACA Min Fars Hus e dagli Assessorati alle Politiche Giovanili e alle Attività Produttive della Città di Martano, in collaborazione con l'associazione Choralia, la manifestazione ha visto ieri la partecipazione di numerosi musicisti.

Si è iniziato con la performance degli Havona Project, trio di Martano che ha proposto all'attento pubblico il suo repertorio jazz.

A seguire, CRONACA DI UN RESPIRO, l'attesa performance della martanese Ilaria Coluccia, laureata presso la Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi e già presente a Margini 2010 con una performance di teatro-danza. Come spiega la stessa Ilaria, è "uno spettacolo che nasce dalla realtà, dalla necessità di reagire in maniera opportuna a parole inopportune". Uno spettacolo che si snoda tra "tra musica, danza, ironia sottile, provocazione". "Io mi sono presa il tempo per respirare. Per costruire. Per osservarmi. Semplicemente. O forse banalmente. Ma onestaMente".

Sul palco sono saliti poi i Light Club, formazione pop rock di Nardò già apprezzata nella scorsa edizione di Margini. La band ha presentato brani originali che hanno coinvolto i giovani, raccoltisi vicino al palco del Palazzo Baronale.

A mezzanotte e mezza è stata la volta dei Signum, band gothic metal guidata da Francesco Napolitano, voce e chitarra ritmica, accompagnato da Giulio Costantini al basso, Andrea Baldari alla batteria e Alberto di Prizio al basso. La band, inserita e apprezzata in circuiti nazionali e internazionali, ha proposto un set di 7 canzoni, tra cui 2 cover, trascinando il pubblico con grinta. Napolitano e Costantini si erano già esibiti la seram precedente, ma in versione acustica.

MARGINI 2011 vi aspetta stasera 4 settembre presso il Palazzo Baronale di Martano per l'ultima serata.

Programma odierno:

ore 20.30
DUO PICCI in concerto
flauto e chitarra

ore 21
B & B - Brecht and Beckett
Spettacolo teatrale
MIN FARS HUS - Gruppo teatrale di Sperimentazione


con: Barbara Castrignanò, Andrea Lefons
drammaturgia e regia: Anna Stomeo

ore 22
APE SERENA in concerto
Dopo il successo della scorsa edizione, torna sul palco di Margini l'artista che omaggia Michael Jackson.

ore 22.45
NEVERMIND in concerto
con Andrea Nocco

ore 23.20
RADICAL in concerto

Il gruppo risente di varie influenze: dall'hard rock al prog, dal pop al jazz, dal folk popolare fino al medioevale. Il progetto RADICAL nasce nel 2007. Nel 2008 la band partecipa al Mediterraneo Festival e nello stesso anno incide un demo autoprodotto (con mezzi di fortuna), proponendo alcuni brani inediti. Nell'ottobre 2010 iniziano le incisioni del primo EP. Il 14 dicembre i Radical vincono il concorso "Note di Fuoco" e una canzone del nuovo EP di prossima uscita sarà passata su Radio Rete8 per un anno. Ai primi di marzo del 2011 terminano i lavori del nuovo EP Cadono le foglie. L’11 aprile 2011 i Radical vincono il premio della critica per l’innovazione musicale al Salento Voices Festival presso il Teatro Paisiello di Lecce.

A seguire
PERFORMANCE DI VIDEOMUSICA
di Giuseppe Perla

Appassionato di musica e cinema, Giuseppe torna a Margini dopo l'apprezzata performance videomusicale dell'anno scorso.

sabato 3 settembre 2011

Margini 2011: programma di sabato 3 settembre


Programma odierno MARGINI 2011 (sabato 3 settembre):

ore 21
HAVONA PROJECT
in concerto

ore 22
CRONACA DI UN RESPIRO
Performance con Ilaria Coluccia

ore 22.30
LIGHT CLUB
in concerto

ore 23.30
SIGNUM

in concerto